AGROMECCANICI SENZA UN OMBRELLO CONTRO LE CALAMITÀ

Si dice che sia merito delle coperture assicurative se,
già nel Settecento, siano nate le grandi compagnie
di navigazione che hanno dato impulso al commercio
transoceanico e con esso alla rivoluzione industriale
consentendo, per la prima volta, agli investitori di
allargarsi oltre la sfera locale.
È vero infatti che le spedizioni intercontinentali dei secoli
precedenti avevano iniziato a solcare i mari con carichi
di metalli preziosi, ma si trattava pur sempre di beni che
erano costati poco a chi li spediva, essendo per lo più il
frutto di razzie ai danni di popoli pressoché inermi.
Mettersi a costruire nuovi oggetti, macchine o impianti
con il rischio di perderli al primo colpo di vento era giudicato
inaccettabile, facendo nascere quella scommessa
che tuttora si gioca ogni giorno fra il proprietario di una
cosa e l'impresa assicuratrice, rispetto alle incertezze della
vita.
Il contratto di assicurazione si è diffuso in tutti i contesti e
in tutti settori, al punto che da anni è possibile assicurare
praticamente tutto ciò che possiede un valore intrinseco e
misurabile, prima e dopo il sinistro che ne ha determinato
la perdita totale o parziale.
L'agricoltore, che nell'ambito del processo agricolo o zootecnico
realizza prodotti “fisici” e perciò vendibili, può
proteggersi assicurando una somma pari al valore commerciale
della produzione che non si è realizzata, allo scopo
di recuperare i costi sostenuti ed il mancato guadagno.
Se la protezione di un bene materiale di uso comune e di
valore commerciale noto è agevole, meno facile è assicurare
un bene strumentale, soggetto ad un deperimento,
variabile in relazione all'impiego.
In mancanza di un listino universalmente riconosciuto –
che in realtà non esiste neppure per beni di uso comune
come un'automobile – si deve ricorrere ad una stima economica
che, pur essendo fonte di possibili contenziosi, ha
comunque un valore indicativo.
Ma le vere difficoltà sorgono quando si vuole indennizzare,
a fronte di un evento calamitoso, chi ha svolto o doveva
svolgere un servizio che non ha lasciato una traccia
riconoscibile e quantificabile in denaro.
Qualora il lavoro sia stato documentato – con fattura –
magari avvalendosi della fatturazione differita ammessa
dalle norme fiscali, la questione si gioca fra agromeccanico
e cliente, sempre che questo riconosca che la prestazione
ha avuto effettivamente luogo.
Ma nel caso in cui l'avvenuta lavorazione non sia più
dimostrabile e se ne sia perduta ogni traccia, il danno
dovuto all'evento calamitoso si trasmette all'impresa
agromeccanica.
Il rapporto fra questa e il cliente è in genere caratterizzato
da un reciproco senso di responsabilità, ma se quest'ultimo
non avesse stipulato una polizza contro le calamità
naturali, oppure non fosse stato indennizzato, l'impresa
agromeccanica rischierebbe di perdere il cliente se apre
un contenzioso.
In assenza di una copertura assicurativa stipulata dall'agricoltore,
attraverso una delle forme previste, l'impresa
agromeccanica rischia la compensazione dei servizi svolti,
che pur avendo contribuito alla produzione, potrebbero
essere disconosciuti dal cliente.
Oltre al problema del contenzioso sul pagamento dei corrispettivi
per le lavorazioni eseguite ma non pagate per
mancanza di liquidità da parte dell'agricoltore, si aprono
interrogativi di altra natura.
Le produzioni danneggiate solo in parte comportano una
perdita di fatturato per il contoterzista che viene pagato
a quantità, secondo una tradizione assai diffusa: per la
raccolta in particolare, la fatturazione è ancora legata a
quanto realmente raccolto e documentato da chi ritira il
prodotto.
La riduzione del fatturato del contoterzista potrebbe non
coprire i costi, se la perdita di prodotto è totale; l'agromeccanica
è esposto per centinaia di migliaia di euro, in
vista di ricavi che non si sono poi generati.
Purtroppo non è stato finora possibile individuare forme
contrattuali che consentissero di assicurare almeno il
mancato reddito, se non addirittura i costi di preparazione
per il lavoro perduto.
L'assenza di stabilità fra le colture praticate dai clienti,
dovuta alla rotazione, unita alla mancata contrattualizzazione
dei servizi prestati, rendono difficile quantificare
il premio di assicurazioni e quindi il relativo indennizzo in
caso di eventi imponderabili.
Ancora più improbabile appare l'intervento della pubblica
amministrazione; sul piano fiscale manca un riconoscimento
diretto, mentre agli strumenti di accertamento
(come gli ISA) non tengono conto delle condizioni climatiche,
alzando ogni anno l'asticella, qualunque cosa accada.
Considerando che le imprese agromeccaniche garantiscono
lo svolgimento di oltre la metà delle lavorazioni agricole
in Italia, e che sono tenute al di fuori da ogni provvidenza
contro le calamità naturali, chiediamo al Governo
di prevedere uno stanziamento pubblico per sostenere
tali imprese, almeno nei casi più gravi.
Non sostenere il contoterzismo, abbandonandolo a sé
stesso dinanzi al clima che cambia, significa indebolire
uno degli anelli della catena produttiva nel settore
agroalimentare, in un momento in cui le filiere agricole
mostrano sempre meno resilienza rispetto ai mercati.

Gianni Dalla Bernardina, Presidente CAI Agromec