Politiche agricole Ue da rivedere, nel frattempo prevale ancora la burocrazia

Mentre il dibattito sulla riforma delle politiche agricole

comunitarie sta entrando nel vivo, le statistiche mostrano,

impietosamente, che il nostro Paese non ha fatto

abbastanza per correggere gli errori fatti a Bruxelles. Anzi, si può

affermare che le scelte di politica agricola nazionale e regionale

hanno peggiorato il quadro di riferimento: com’è possibile che i

fondi comunitari effettivamente spesi a fine 2016 siano stati solo

il 6,2% di quelli disponibili, contro una media europea del 14%?

Se le colpe fossero solo fuori dall’Italia, si dovrebbe osservare

un andamento diametralmente opposto: e invece sembra che

la responsabilità del disastro, che lascia presumere una restituzione

dei fondi comunitari prossima al 50%, sia proprio la nostra

pur diversificato per regione. Un simile andamento boccia

senza remissione coloro che, a tutti i livelli, hanno condotto una

sorda “ma efficace” opposizione contro l’accesso delle imprese

agromeccaniche ai fondi per lo sviluppo rurale, con il pretesto

che avrebbe sottratto risorse agli agricoltori, che, a conferma

della ns denuncia, di non saper spendere il denaro pubblico destinato

allo sviluppo rurale.

La discussione sulla riforma della Pac investe, com’è logico,

anche il primo pilastro, quello dei pagamenti diretti: un settore

in cui se ne sono viste e sentite di tutti i colori. Che dire, per

esempio, della proposta di modulare gli aiuti a superficie sulla

base del valore aggiunto e dell’occupazione? Un’idea superata

e pericolosa per l’agroalimentare italiano, per almeno due motivi.

Da un lato, perché tenta di ripristinare le compensazioni

al reddito della riforma McSharry del 1992, create per ridurre le

eccedenze che ingolfavano i magazzini comunitari; e dall’altro

perchè, alla luce dei nuovi indirizzi che chiedono un’agricoltura

più sostenibile, non sembra logico favorire le colture che consumano

più risorse naturali, in controtendenza agli indirizzi della

politica sullo sviluppo rurale. Ma gli effetti più gravi potrebbero

verificarsi proprio sul “made in Italy”, che si fonda in larga parte

su colture “povere” come cereali, foraggi e altre commodity:

colture che già oggi presentano bilanci in rosso e che potrebbero

gradualmente scomparire se venisse a mancare una parte

consistente degli aiuti comunitari con ulteriori gravi pregiudizi

per l’agricoltura italiana.

Anche le imprese agromeccaniche, con grave danno per l’agricoltura

innovativa, rischiano di essere penalizzate dai tentativi di

circoscrivere ulteriormente il concetto di “agricoltore attivo” o di

“agricoltore vero”: ma qui potremmo chiederci, polemicamente,

se sono “veri” i tanti agricoltori (quasi la metà, secondo uno studio

del Crea nel recente Annuario dell’Agricoltura Italiana, per i

cereali e le grandi colture) che affidano in toto le lavorazioni ai

contoterzisti. Evidentemente, si vuole introdurre un segno distintivo

per gli agricoltori “non veri”: un marchio d’infamia che

richiama sinistri ricordi di un secolo che credevamo fosse stato

ormai consegnato, senza alcun rimpianto, alla Storia.

Silvano Ramadori

Presidente UNIMA