Nonostante la pandemia l’attività di Cai Agromec non si ferma

Le nuove politiche comunitarie, di imminente attuazione,
suscitano già le prime perplessità dovute ad un’impostazione
teorica che potrebbe penalizzare le produzioni,
specialmente per i seminativi.
Se taluni vincoli di carattere ambientale risentono di questa
impostazione, altri sono superabili ricorrendo alle imprese agromeccaniche,
che possono svolgere (e spesso già svolgono)
un ruolo essenziale nella filiera agricola, che deve però essere
adeguatamente riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico.
Le attività agricole sono state ridefinite oltre 20 anni fa, con le modifiche
al codice civile apportate dalla cosiddetta “legge di orientamento
e modernizzazione dell’agricoltura”, che ha inserito nel
settore primario non solo la coltivazione dei fondi, l’allevamento
del bestiame e la gestione forestale, ma anche tutte le attività di
supporto alle produzioni animali e vegetali.
Il processo di innovazione è andato avanti speditamente per
qualche anno ancora, con l’approvazione di vari decreti legislativi
derivati, uno dei quali ha stabilito cosa sia l’attività agromeccanica;
successivamente sono state introdotte varie semplificazioni
amministrative, ma senza riconoscere all’impresa la natura
agricola.
Il cammino, iniziato sotto i migliori auspici, si è bruscamente
interrotto a pochi passi dalla meta, ponendo qualche interrogativo
sulle motivazioni: prima si anticipa un’affermazione, che
poi resta sospesa. Se l’attività agromeccanica non rientrasse
nell’agricoltura, viene da chiedersi perché sia stato modificato il
codice civile e sia stata precisata, con dovizia di particolari, in una
norma derivata; tutto questo richiede il nostro massimo impegno
per riannodare i fili e completare così il processo legislativo
già programmato.
Dietro al pieno riconoscimento del lavoro degli agromeccanici
all’interno delle attività agricole, possono rientrare provvidenze
e semplificazioni che sono state oggetto di innumerevoli, quanto
sfortunate, azioni legislative, dalla possibilità di costruire in zona
agricola all’inquadramento previdenziale, dall’accesso agli organi
consultivi agricoli alla semplificazione amministrativa. Un riconoscimento
chiesto più volte, mantenendo le precedenti distinzioni
in materia di determinazione delle imposte e degli oneri, in modo
da non influire sul patto di stabilità.
La natura “agricola” del lavoro agromeccanico è sancita anche
dalla corrente interpretazione che inquadra i lavoratori subordinati

nella contribuzione agricola, un cammino iniziato oltre 40
anni fa e ormai completato, che guarda all’attività oggettivamente
svolta e non alla soggettività dell’azienda.
Come si può vedere, le norme ci sono già, ma devono essere
raccordate e collegate fra loro: bisogna solo avere il coraggio di
farlo, tanto più che il momento lo richiede. Non si può parlare di
innovazione, di tracciabilità, di sostenibilità, con l’attuale dimensione
economica delle aziende agricole che non consente di
gestire la qualità: un compito che può essere svolto dal contoterzista,
che opera su centinaia o migliaia di ettari con l’ausilio di
vari strumenti di misura e di localizzazione.
Non tutti coloro che operano per conto terzi possono garantire
il rispetto di queste regole e l’impiego ottimale delle attrezzature
di lavoro, soprattutto quando si deve “certificare” e non semplicemente
“dichiarare” cosa si è fatto, come lo si è fatto, quando
e perché. È oltremodo necessario, in questa fase in cui l’agromeccanico
(quale tecnico capace di supportare la produzione
agricola sostenibile) deve prendere il posto del semplice terzista,
che si limita a fare ciò che gli chiede l’agricoltore, ma senza andare
oltre la pura prestazione di servizio.
Un obiettivo che si può realizzare solo attraverso un percorso di
formazione degli operatori, di integrazione con i consulenti, di
rispetto delle regole e di adeguate capacità imprenditoriali che
possa dare trasparenza al cliente (agricoltore) e alla filiera a valle,
fino al consumatore finale.
Deve finalmente essere istituito l’albo professionale, per il quale
sono già stati fatti importanti passi, al fine di portare a valore il
riconoscimento che autorevoli studi e celebri accademici attribuiscono
da tempo alle imprese agromeccaniche professionali.
In alcune regioni (Lombardia, Emilia e a breve il Veneto) l’albo
regionale è già operativo, con il fine primario di sostenere gli
investimenti per un’agricoltura più “verde” e meno impattante
sull’ambiente.
Le strategie di intervento, che richiedono l’impiego di macchinari
costosi e di operatori specializzati, incideranno soprattutto sulla
gestione dei reflui zootecnici, sulla fertilizzazione localizzata e
mirata, sulla riduzione dei presidi fitosanitari e delle polveri sottili.
Argomenti che hanno spinto parte dell’opinione pubblica ad
aperte azioni di protesta e di dissenso verso il modello agricolo
convenzionale e che potrebbero portare, in tempi più o meno
lunghi a mettere in discussione la stessa esistenza dell’agricoltura,
almeno nei paesi – come l’Italia – dove la sicurezza degli
approvvigionamenti alimentari non mai stata considerata un
fattore critico.

• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI