Agricoltura, quale futuro? La risposta è negli agromeccanici

Il mese appena trascorso ci ha ricordato che sono trascorsi
dieci anni da Expo2015, un evento che aveva messo in
mostra il ruolo del settore agroalimentare a livello globale e
che si poneva l’ambizioso obiettivo di “nutrire il pianeta”. Poche
parole che racchiudevano in sé tre fattori fondamentali, uno dei
quali non direttamente espresso: la preoccupazione per il soddisfacimento
dei bisogni alimentari, da un lato, e l’allargamento
degli orizzonti a tutto ciò che riguarda il genere umano, a partire
dall’ambiente. Il terzo fattore, che aveva e ha carattere trasversale,
è quello della previsione e programmazione sul decennio
successivo, già concluso e scandito dall’appuntamento di Osaka,
che si sta svolgendo in questi giorni dall’altra parte del mondo.
La cadenza decennale non è casuale, ma legata alla limitatezza
del nostro orizzonte: un programma politico è scandito dagli
appuntamenti elettorali e ragionare sulla base di 10 anni è considerato
temerario se coinvolge più di due legislature (la presente
e la successiva). Eppure, nessuno di noi, quando si è trovato a
fare programmi sul suo avvenire, ha mai pensato ad apporre
limiti temporali: anzi, il senso comune considera come prudente
e saggio colui che cerca di organizzare la propria vita, la propria
famiglia e la propria azienda a tempo indeterminato.
La civiltà dell’informazione, e soprattutto la capillare diffusione di
apparecchi tascabili capaci di tenerci in continuo contatto con il
mondo, reale o virtuale, che passa attraverso lo schermo, ci stanno
abituando ad adottare una scansione temporale brevissima:
la vita è adesso e il resto non conta. La crisi ormai irreversibile
della carta stampata ci ha portati a sostituire l’articolo di giornale,
curato e circostanziato, da capire e meditare con i tempi richiesti
dal nostro cervello, con un tipo di informazione più immediata e
facile da assimilare grazie all’interazione fra vista e udito.
La velocità di trasmissione delle informazioni, tuttavia, sta portando
in primo piano la notizia breve, il flash, l’attimo, togliendoci
il tempo per capire: nella comunicazione interpersonale conta
più la rapidità di risposta, in un ping pong frenetico di cui fa le
spese la comprensione. Un problema che non riguarda solo
l’imprenditore, che magari legge il messaggio nei pochi secondi
concessi dalle pause del lavoro o dall’intervallo fra l’inizio e la fine
del solco – come accade a chi guida un trattore – ma tutti coloro
che fanno informazione o devono fare delle scelte. Il presente,
per dirla con un aforisma, si sta mangiando il futuro: la necessità
di rispondere a una sollecitazione esterna, nei brevi istanti di
risposta a una chiamata o a un messaggio, sta spostando il nostro
interesse sull’oggi piuttosto che sul domani. Può essere vero
che fattori esterni come la pandemia o i venti di guerra a breve
distanza dalle nostre case possano avere spinto più sui sentimenti
che sulla ragione: l’accorciamento dei nostri orizzonti è ormai un
dato di fatto ed è venuto il momento di guardare un po’ più avanti.
Le proteste del mondo agricolo dell’inizio dell’anno scorso non
hanno portato il rinnovamento sperato: né da parte delle autorità
comunitarie, che continuano a scommettere su incentivi che
costano più di quanto diano, né dagli stessi agricoltori, ancora in
parte legati a un modello organizzativo ormai superato. La contrapposizione
che si sta creando, fra i costi del riarmo dell’Unione
europea e le risorse per sostenere una transizione ambientale
sempre meno sentita, finirà per assimilare gli agricoltori ai nemici
esterni, veri o presunti, dell’Europa: un conflitto di interessi pericoloso
perché mina le basi costitutive dell’Unione.
Una soluzione – il contoterzismo – è già pronta e si è sviluppata
autonomamente, seguendo le leggi del mercato: per molti
agricoltori è considerata quella più valida per ridurre i costi di
produzione e sostenere la redditività, ma viene ancora vista,
negli ambienti più tradizionalisti, come una sconfitta rispetto a
un modello aziendale che di fatto non esiste più, chiuso agli apporti
esterni. L’aumento delle dimensioni delle macchine e delle
aziende è uno dei principali strumenti per la riduzione dei costi
di produzione unitari, come ben sanno gli agromeccanici che nei
trent’anni trascorsi dall’introduzione dell’attuale sistema di aiuti
comunitari, sono passati attraverso innumerevoli ristrutturazioni
e concentrazioni. Un processo accompagnato e sostenuto dalle
organizzazioni di categoria facenti capo a CAI Agromec, con
un tale livello di consapevolezza che ha portato a unificare le
rappresentanze sindacali: gli agromeccanici sono già nel futuro
e sono già pronti, sul piano tecnico, a certificare ciò che fanno
per le aziende agricole.
Manca solo la capacità giuridica per poterlo fare: il ruolo di certificatore
dovrà essere riconosciuto dal legislatore, prima con
l’istituzione di un albo nazionale che includa tutte le imprese
agromeccaniche, e di qui con un processo continuo di formazione,
professionalizzazione e aggiornamento che le qualifichi
attraverso un processo riconosciuto. Ci stiamo lavorando con
impegno, da anni, e sarebbe gravissimo se questo cammino
verso la qualificazione fosse interrotto da incomprensioni o da
tentativi di delegittimazione.

• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec