Gli agromeccanici protagonisti nonostante tutto

I recenti eventi di politica internazionale dimostrano ancora
una volta quali siano le priorità più sentite dal genere umano,
a partire dal soddisfacimento dei bisogni primari, fino ai livelli
superiori legati all’economia e alla sovranità dei popoli, oltre che
al bisogno di pace e stabilità.
Può sembrare strano parlare di questi valori in un mondo che
sembra sempre più dominato dagli istinti primordiali, dalle reazioni
viscerali, dalle polemiche da pianerottolo esaltate dai social,
in cui vale più una risposta scontata ma immediata, che una
ragionevole e ponderata. La guerra dei dazi da poco scatenata
dagli Usa, complice anche una certa caratterialità del suo massimo
esponente, è stata stigmatizzata dagli stessi paesi che fino
a poco tempo fa ne avevano tratto vantaggio: è un paradosso,
semmai, che ad istituirli sia proprio chi si ergeva a paladino del
liberalismo economico.
Ma i dazi – dal verbo dare – sono anche qualcosa di più perché
possono aiutare a rimpinguare le casse degli Stati che li introducono
e che, complici i colpi d’ariete inferti ai mercati finanziari,
sono sempre più in difficoltà a finanziare il proprio deficit: chissà
se la gabella imposta alle merci serve anche a questo? Certo che
dinanzi a questi eventi, che finora sono riusciti solo a indebolire
l’economia occidentale, si resta perplessi, come quando in un
conflitto si scopre che ne uccide più il fuoco amico che quello
nemico. Il tempo ci dirà se gli scossoni finanziari che hanno fatto
andare in fumo miliardi di dollari siano stati opera di qualche
speculatore occulto, di menti politiche inesperte o di un disegno
superiore.
L’Europa come ha reagito? La cosa che aggiunge incertezza a
quelle già suscitate dalla situazione globale è che le reazioni
sono discordanti e sembrano legate ad equilibri sotterranei di cui
i cittadini europei non si rendono conto, ad accordi presi senza
il consenso popolare, a programmi già stilati altrove. L’Europa va
verso il riarmo? Una domanda che suona strana se pensiamo a
De Gasperi, Schuman, Spaak e al loro sogno di un continente
finalmente libero dai conflitti, le cui rovine ingombravano ancora
le piazze su cui si affacciavano i severi palazzi in cui si progettava
il nuovo ordine internazionale. Se fu un sogno, non dobbiamo
meravigliarci, perché anche i sogni, come tutto ciò che produce
la mente umana, hanno una durata limitata: ma che questi siano
destinati ad infrangersi così presto lascia sconcertati. Che poi la
ricerca delle risorse per il riarmo dell’Unione europea la si faccia a
scapito di settori strategici come quello dell’alimentazione porta
ad interrogarsi su quale sia la strategia che sottende alle scelte
che la Commissione europea ha portato e sta portando avanti.
Una strategia che potrebbe avere risvolti inquietanti, perché si
colloca sullo stesso filone di allargamento ad Est dell’Unione, con
Paesi che già ora, grazie all’economia di guerra e all’abolizione
dei dazi sui prodotti agricoli, sta già facendo una concorrenza
sleale alla stessa economia comunitaria. Non è sfuggito agli
osservatori che le esportazioni dell’Ucraina, Paese che sta lasciando
sul terreno tanti suoi cittadini a causa della guerra, non
siano diminuite per questa causa, ma solo per ragioni climatiche.
Per quale motivo era necessario specificarlo? Per rassicurare gli
importatori europei che avrebbero potuto continuare a preferire
i prodotti extracomunitari rispetto a quelli interni? Per rassicurare
i movimenti ambientalisti che si può continuare a combattere,
a colpi di divieti e decreti, la produzione locale a vantaggio di
quella estera, magari con il nobile scopo di aiutare un popolo
in difficoltà? Non possiamo trarre conclusioni su illazioni che
potrebbero essere prive di fondamento, ma è un dato di fatto che
la Commissione europea sta combattendo, paradossalmente, la
propria agricoltura. Si riducono gli strumenti per la difesa delle
colture, così come le soglie di contaminanti (rispettate solo dagli
onesti), si aumentano i vincoli per chi coltiva la terra in Europa e
ora si cerca di risparmiare sulle risorse finanziarie che dovevano
servire ad accompagnare la transizione ambientale.
L’istituzione del fondo unico riduce la disponibilità di risorse destinate
ad indennizzare gli agricoltori europei dei maggiori costi
sopportati per produrre come qualcuno vorrebbe, ma senza
vincoli per gli stessi prodotti acquistati all’estero: è gravissmo
che non venga applicato nessun criterio di reciprocità. Il “fuoco
amico”, dopo l’America, colpisce anche l’Europa sollevando gli
stessi inquietanti interrogativi: chi ha interesse a distruggere
l’agricoltura europea, e perché?
Come organizzazione degli agromeccanici, imprese che vivono
in agricoltura e di servizi di supporto alle produzioni agricole, non
possiamo nascondere la testa sotto la sabbia: se crolla il sistema
agricolo europeo, crollano anche i principi fondatori dell’Unione
Europea. L’Europa, la sua cultura ed i suoi valori, possono ancora
insegnare al mondo che si può vivere nell’armonia e nella pace,
rispettando le idee promosse dai suoi padri fondatori, se tutte
le forze sociali ed economiche – agromeccanici compresi – si
impegneranno per questo scopo.

• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec