Pubblicato

Di cosa ha bisogno un imprenditore, al di là delle occasioni
di lavoro, delle competenze tecniche e di quel complesso
di beni e capitale, anche umano, che connotano
l’esistenza di un’impresa?
È una domanda che sembra voler suggerire risposte scontate,
quasi una provocazione dialettica per avviare una discussione:
eppure il diffuso malcontento che serpeggia da anni nell’imprenditoria
e, di riflesso, in quella parte della politica che la
vorrebbe sostenere, nasce proprio da qui.
Sono trascorsi appena due anni dall’ondata di proteste agricole
(non solo verbali) che ha sommerso tutta l’Europa e che, partita
da problemi contingenti, si è poi rivolta ad ogni fatto, norma
o vincolo che attanaglia e soffoca la libertà d’impresa, uno dei
capisaldi dell’economia europea, e non solo. Il fatto che queste
espressioni di malcontento siano partite dal basso, dalla piazza,
piuttosto che da quegli organi di rappresentanza che costituiscono
la principale controparte delle istituzioni, avrebbe dovuto
condurre ad un serio dibattito sull’efficienza della filiera della
soddisfazione dei bisogni.
Come spesso accade, a preoccuparsi di più della rappresentanza
degli interessi delle imprese, sono state le organizzazioni più
trasparenti e partecipate, a continuo contatto con la base associativa.
Vero è che i problemi contingenti si possono risolvere,
per la singola impresa, grazie all’impegno e alla professionalità
dei funzionari delle associazioni territoriali: ma non appena le
difficoltà si estendono ad una pluralità di imprese, deve entrare
in gioco il sindacato.
Questa è la principale differenza fra uno studio professionale,
per quanto qualificato e prestigioso, ed un’associazione: il primo
affronta metodicamente e analiticamente il problema, ma
non ha la possibilità di rappresentare il contribuente, l’utente o
l’impresa dinanzi alla pubblica amministrazione. La distinzione
non è gerarchica, ma operativa, al punto che sempre più spesso
le associazioni si avvalgono di studi specializzati che possono
sviscerare e trattare i singoli casi grazie alla propria competenza
professionale; ma per rappresentare categorie omogenee è più
indicata l’associazione.
Nell’ambito di CAI Agromec, a differenza di altre realtà, la rappresentanza
sindacale è nata proprio dal basso, dalle singole
associazioni provinciali, o sub provinciali, come è avvenuto in
varie aree del Nord Italia fino a che queste si sono poi riunite fra
di loro per seguire l’ordinamento amministrativo. Queste realtà
locali, costituitesi a cavallo fra gli Trenta e gli anni Quaranta del
secolo scorso, si sono poi riunite in una Unione nazionale che,
nel 1947, fu fra i soci fondatori di Confindustria, dando vita ad
un rapporto di collaborazione che prosegue ancor oggi, dopo
quasi otto decenni.
Gli enti territoriali – da comuni e province alle regioni – “pretendono”
che la controparte sindacale segua la stessa suddivisione
geografica, e per questo motivo sono state costituite le
Federazioni regionali, garantendo la rappresentanza sindacale
e politica a tutti i livelli. E quando la casa comune europea è
uscita dalla ristretta competenza economica per arrivare ad
integrare le funzioni legislative su tutto il continente – seppure
con qualche eccezione – le unioni nazionali hanno dato vita
al Ceettar, confederazione di rappresentanza del contoterzismo
agricolo e forestale europeo.
Come emerso negli ultimi incontri congiunti fra le associazioni
territoriali di Cai Agromec e quella europea, i problemi degli
agromeccanici sono gli stessi dal Mediterraneo al Mare del Nord,
a partire dalle disparità di trattamento fra chi fa agricoltura a
casa propria e chi la fa a casa d’altri. Una sperequazione immotivata
perché entrambi i soggetti – agricoltore e agromeccanico
– vivono e lavorano a contatto di gomito negli stessi contesti e
condividendo gli stessi rischi d’impresa.
La lunga narrazione ci serve per capire che la rappresentanza
non si costruisce a tavolino, piantando bandierine sulla carta
geografica, né delegando organismi che, per quanto prestigiosi,
sono lì per difendere imprese con interessi ben diversi da quelli
degli agromeccanici. CAI Agromec rivendica con forza la sua
indipendenza dai condizionamenti esterni: siamo al servizio
dell’agricoltura, ma non da servitori: come tali chiediamo ancora
una volta di essere trattati da pari e non da subordinati.
Il lavoro condotto con la politica, a livello regionale, nazionale e
internazionale sta producendo i primi frutti: l’albo delle imprese
agromeccaniche, capaci di certificare i servizi prestati alle aziende
agricole, è già una realtà di diverse regioni del Nord e del
Centro, mentre la proposta di un albo nazionale ha già superato
i primi ostacoli della corsa. E naturalmente l’idea piace anche in
ambito comunitario: qualche Stato ha già riconosciuto i consorzi
volontari costituiti dalle associazioni degli agromeccanici,
ma il lavoro è ancora lungo: per questo ci vuole l’impegno di
tutti e a tutti i livelli.
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








