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A conclusione dell’Ottantesima assemblea, che ha visto la Confederazione coesa e determinata per raggiungere gli obiettivi verificati e raccolti dalla continua consultazione dell’ampia base associativa, è opportuno tenere ben presente il quadro generale con cui le imprese dovranno confrontarsi.
L’andamento del mercato delle macchine agricole viene tradizionalmente preso in considerazione per rappresentare lo stato di salute della meccanizzazione agricola in Italia, ma i dati relativi al primo trimestre 2026, apparentemente ottimistici, devono essere valutati con molta attenzione. Certo, un recupero rispetto all’anno passato sembra esserci, ma a quale prezzo? Il mercato non è fatto solo dalla produzione, ma anche dalla catena distributiva e dagli acquirenti finali, che sono il vero ago della bilancia: senza lo sfogo a valle, anche il lago più grande si riempie e tracima.
I dati sulle immatricolazioni forniti da Federunacoma mostrano un certo incremento numerico, ma vanno letti con spirito critico, tenendo conto delle immatricolazioni già fatte dalla rete distributiva e dai trascinamenti dello scorso anno, anche dopo la chiusura del bando “5.0”. I concessionari hanno acquistato molto, in previsione dell’impulso che avrebbe dovuto dare l’attesa riproposizione dell’iperammortamento, o credito d’imposta per gli agricoltori: ma ad oggi è ancora tutto fermo per l’inspiegabile (e tuttora non spiegato) ritardo nell’emanazione del promesso decreto del Mef. Nonostante il decreto “tecnico” risalga ai primi di gennaio, con la promessa di uno stanziamento mai arrivato, il 4.0 è rimasto per ora lettera morta, per l’evidente mancanza di copertura finanziaria: un intervento neppure troppo costoso, dato che gli effetti finanziari si sarebbero visti solo nei prossimi anni.
Sono stati finanziati, e solo in minima parte, gli investimenti “5.0” avviati nei venti giorni di apertura dello sportello, nel novembre 2025, dopo aver avuto il parere favorevole del Gse, ma che erano poi rimasti con il proverbiale cerino in mano, conquistando il non invidiabile nomignolo di “esodati”. Si tratta di incentivi all’innovazione in agricoltura, non di interventi “a pioggia”, destinati peraltro all’acquisto di macchine intelligenti e capaci di ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura. Se i fondi non dovessero essere sbloccati, si rischia che possano essere destinati ad altri interventi, non finalizzati alla competitività, ma solo per altri scopi legati alle necessità del momento.
Non bisogna pensare in modo egoistico, perché le necessità del sistema agricolo spesso coincidono con quelle degli agromeccanici, che sono al servizio dell’agricoltura: tuttavia sembra difficile che il sistema possa recuperare produttività se si fermano gli investimenti.
Ma non accadrà, se non in misura minima, perché gli agromeccanici “devono” investire: chi impiega le macchine agricole in modo professionale ha necessità di sostituirle frequentemente. I nove anni ormai trascorsi dalla “Finanziaria” 2017, che introdusse l’ammortamento maggiorato nel quadro del programma “Industria 4.0”, corrispondono al turno di sostituzione ordinario, oltre il quale le macchine e le attrezzature degli agromeccanici iniziano a subire gli effetti dell’obsolescenza tecnica.
Ciò che era innovativo dieci anni anni fa, oggi potrebbe non esserlo più, con effetti negativi in termini di efficienza, di salvaguardia ambientale, di conservazione della fertilità naturale del suolo e delle risorse, pensando che la mancata sostituzione renderà più acute le criticità oggi osservate. Il processo produttivo agricolo comprende oggi un insieme di soggetti integrati fra loro con il comune obiettivo di produrre di più e con meno risorse, che deve essere sostenuto e aiutato equamente fra tutte le imprese coinvolte.
Le distinzioni su base soggettiva, più ideologiche che reali, rappresentano un freno di cui bisogna liberarsi al più presto, perché legate ad un modello produttivo sorpassato dai tempi: non si rinnova con strumenti vecchi, che per giunta hanno ampiamente dimostrato la loro inefficacia. Bisogna che l’ordinamento giuridico adotti criteri più equi nell’assegnazione delle risorse per lo sviluppo del territorio rurale, che non favoriscano solo le imprese titolari della produzione primaria, dimenticandosi delle imprese più moderne ed innovative.
Un obiettivo che passa attraverso la qualificazione dell’imprenditore agromeccanico, anche attraverso gli albi, regionali e quello nazionale di raccordo, ma soprattutto riconoscendogli quell’inclusione, già espressa dal legislatore nel decreto 99/2004, di essere parte integrante del processo produttivo agricolo.
Se lo vogliamo, ci possiamo arrivare: avanti per questa strada!
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








