L'ALBO DELLE MARCHE INDICA LA STRADA: ORA SERVE UNA SCELTA NAZIONALE CHIARA

L'operatività dell'Albo delle imprese agromeccaniche
della Regione Marche rappresenta un
passaggio di rilievo istituzionale che merita attenzione
a livello nazionale. Non si tratta di un
intervento isolato, ma dell'esito di un percorso amministrativo
e politico che ha saputo coniugare concertazione
territoriale, chiarezza normativa e capacità di attuazione.
È un risultato che dimostra come, anche in assenza di un
quadro nazionale compiuto, le Regioni possano fornire
risposte immediate e coerenti alle esigenze di un settore
strategico per la filiera agricola, ambientale e territoriale.
Sono già presenti Albi degli agromeccanici, diversi fra
loro, in alcune regioni (Lombardia, Emilia Romagna,
Veneto e Piemonte), che hanno portato i primi risultati
di riconoscibilità per la categoria. La Regione Marche
ha dimostrato che una norma chiara, inclusiva e tecnicamente
solida è possibile. Lo ha fatto completando la
legge regionale n. 14/2025 con una delibera attuativa che,
«permetterà di rendere operativo questo albo regionale
inclusivo e quindi riconoscere il valore di imprese qualificate
che contribuiscono ogni giorno alla competitività
del nostro sistema agricolo». È un modello che mette
ordine, distingue le tipologie di impresa che esercitano
l'attività agromeccanica con sezioni separate per valorizzare
le imprese agromeccaniche e nello stesso tempo
include –in modo distinto- tutte le aziende che svolgono
l'attività agromeccanica, certifica le competenze e crea le
condizioni per politiche pubbliche mirate e diversificate.
Questo approccio è esattamente ciò che manca a livello
nazionale. La proposta di legge 1794 presentata alla Camera
– che prevede l'istituzione dell'Albo nazionale presso
il Masaf – riconosce che l'attuale quadro normativo è
insufficiente.
La qualificazione dell'attività agromeccanica nasce nel
2004, con l'approvazione dell'art. 5 del decreto legislativo
n. 99 (disposizioni in materia di soggetti e attività,
integrità aziendale e semplificazione amministrativa in
agricoltura), riconoscendo per la prima volta il ruolo
trainante svolto dal contoterzismo agricolo.
Tale decreto dava attuazione al nuovo testo dell'art.
2135 del Codice Civile, che aveva definito cosa fosse
l'agricoltura: non più un mondo chiuso e limitato solo
alla coltivazione, alla pastorizia o all'allevamento, ma
un processo di coltivazione e produzione che si integra
con le fasi di supporto e quelle di trasformazione
e commercializzazione e in cui non è più possibile, oggi,
identificare l'attività agromeccanica al di fuori dell'attuale
contesto giuridico in agricoltura.
Allora, purtroppo, non era stata riconosciuta specificatamente
la figura dell'impresa agromeccanica. E questa
è una grave lacuna che pesa sulla competitività del
comparto, sulla chiarezza e l'inclusione degli agromeccanici
nelle normative di settore, sulla tracciabilità delle
lavorazioni e sulla capacità dello Stato di programmare
interventi efficaci in materia di prevenzione, manutenzione
e gestione del territorio, anche con il fondamentale
supporto delle imprese contoterziste.
L'esperienza delle Marche dimostra che tale lacuna può
essere colmata. E dimostra anche che le imprese agromeccaniche,
quando riconosciute e qualificate, diventano
un alleato strategico delle politiche pubbliche: dalla
prevenzione del rischio idrogeologico alla gestione del
verde urbano, dalla manutenzione dei comprensori
montani alla modernizzazione delle filiere agricole.
Il punto politico è semplice: l'Italia ha bisogno di una
definizione nazionale dell'impresa agromeccanica, una
definizione chiara, in cui vengano evidenziati e soprattutto
valorizzati come elementi distintivi la capacità,
l'organizzazione, la mentalità, gli obiettivi e la struttura
imprenditoriale, ma non può permettersi di bloccare
o delegittimare le esperienze regionali che stanno già
dando risposte.
CAI Agromec lo ha ribadito: «Le esperienze regionali
già avviate sono fondamentali per avere risposte da
subito nei territori, in attesa di una norma nazionale».
È una posizione di responsabilità, aldilà delle differenze
odierne, che evita contrapposizioni sterili e mette al
centro l'interesse delle imprese e del sistema agricolo.
L'Albo delle Marche è un tassello di un mosaico più
grande: quello della modernizzazione della filiera
agricola italiana. È un passo nella direzione opposta rispetto
a scelte penalizzanti come l'esclusione, ad oggi,
delle imprese agromeccaniche dal credito d'imposta sul
carburante agricolo, che CAI Agromec ha definito «una
scelta molto grave e iniqua»e su cui, ripetutamente, si
è attivata per recuperare questa forma di concorrenza
sleale in tutte le sedi. Se il livello nazionale vuole davvero
sostenere la competitività del settore, deve partire
da qui: dal riconoscimento della professionalità, dalla
qualificazione delle nostre imprese e dalla certezza
delle regole.
La politica nazionale ha davanti a sé una scelta: continuare
a ignorare un settore sempre più determinante
per la sostenibilità del comparto agricolo, oppure costruire
finalmente un quadro normativo che valorizzi
chi ogni giorno garantisce servizi indispensabili per
l'agricoltura, l'ambiente e il territorio.
Le Marche hanno indicato la strada. Ora tocca al Parlamento
e al Governo percorrerla.
Gianni Dalla Bernardina, Presidente CAI Agromec