Gli agromeccanici devono essere dove si decide il futuro dell’agricoltura e del territorio

A conclusione della lunga stagione delle assemblee
provinciali è necessario tracciare un primo bilancio
delle decine di incontri che hanno permesso di incontrare
le imprese agromeccaniche di tutta Italia.
Un elemento comune è quello storico: gran parte delle
associazioni territoriali aderenti a CAI Agromec sono state
fondate subito dopo il secondo conflitto mondiale, e alcune
anche prima, nell’unica forma associativa consentita dal
regime corporativo, quella dei consorzi dei trebbiatori.
In questi decenni di attività, che hanno spesso visto succedersi
diverse generazioni nell’ambito delle stesse aziende, le
associazioni provinciali hanno conquistato una posizione
di primato nell’ambito territoriale e un indiscusso prestigio,
costruito giorno per giorno con la professionalità degli addetti
e l’oculatezza delle scelte attuate dai consigli direttivi.
Tutto questo deve farci riflettere sul fatto che un’associazione
non si improvvisa: per diventare forte e autorevole
deve nascere dallo spirito associativo degli imprenditori,
non potendo essere costruita a tavolino o, peggio ancora,
imposta dall’alto.
È nell’autentico spirito di aggregazione che risiede la nostra
forza: come al livello territoriale sono state le imprese agromeccaniche
a fondare e sviluppare le associazioni, così la
Confederazione nazionale è nata per iniziativa delle singole
organizzazioni provinciali, nel lontano 1947.
A questi risultati hanno certamente contribuito le doti personali
di tutti coloro che ci hanno preceduto, ma sempre
in un’ottica di collaborazione, condivisione e lavoro in comune:
il personalismo, il mito dell’uomo “solo al comando”
è il principale nemico dell’associazionismo. Un sentimento
che si percepisce fortemente, partecipando alle assemblee
provinciali: non il clima freddo e distaccato di delegati e
uomini d’apparato, ma un forte spirito di appartenenza che
coinvolge, insieme agli imprenditori, lo stesso personale
delle associazioni.
Credo che tutto questo sia già un buon risultato, perché una
Confederazione forte, consapevole e coesa può raggiungere
anche gli obiettivi più ambiziosi, che certamente non mancano:
oltre a quelli già delineati nel programma di politica
sindacale, altri se ne aggiungono ogni giorno.

È necessario completare, in primo luogo, la collocazione
giuridica delle imprese agromeccaniche: se come attività
è stata inclusa fra quelle agricole dai decreti attuativi della
legge di orientamento, è la posizione dell’imprenditore
a non avere finora avuto un preciso inquadramento. Un
vuoto che deve essere assolutamente colmato, perché se
è “agricolo” il lavoratore dipendente che svolge lavorazioni
agricole, devono esserlo, a maggior ragione, il lavoratore
autonomo e l’imprenditore.
Su questo tema la Confederazione sta lavorando da tempo e
l’albo nazionale delle imprese agromeccaniche, che consentirà
loro di essere pienamente riconosciute fra i protagonisti
delle filiere agricole, sarà il principale strumento di qualificazione
della categoria all’interno del settore primario. Ma,
come detto, non ci si fermerà qui, perché gli agromeccanici
devono partecipare in prima persona ai processi decisionali
che riguardano l’agricoltura, l’ambiente e il territorio.
Le recenti e gravissime calamità che hanno colpito alcune
regioni italiane sono una chiara dimostrazione dell’imprevidenza
dei nostri amministratori, ma soprattutto mostrano
che senza il coinvolgimento di tutte le imprese interessate
alla gestione territoriale, in senso lato, non si riuscirà a fare
vera prevenzione.
Un caso per tutti, emblematico nella sua assurdità, è quello
della programmazione urbanistica: nonostante esista un
decreto ministeriale che dice come devono essere costruite
le rotatorie, in molti comuni si creano tali strutture senza
pensare alle esigenze della circolazione delle macchine
agricole fuori sagoma.
Laddove è stato finalmente rispettato il dettato del legislatore
(Codice della strada) e costituito l’archivio regionale delle
strade, si assiste tuttora al disinteresse di numerosi comuni
che non si sono preoccupati della necessità di raggiungere
i fondi agricoli su cui devono essere eseguite le lavorazioni.
In altri casi vengono prese decisioni nei vari “tavoli verdi”
costituiti a livello locale – dai comuni alle province e alle
regioni – senza invitare, neppure a scopo consultivo, le
imprese agromeccaniche, salvo poi scoprire che le problematiche
legate all’agricoltura di punta sono state trascurate
in favore di modelli produttivi obsoleti.
Il cammino, come si può vedere, è ancora lungo, ma se
restiamo tutti uniti possiamo farcela.

• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI